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maniocaUna crisi economica senza precedenti investe “l’oro bianco” del villaggio di Tikou, in Benin. La società civile tenta di reagire e, insieme a Mani Tese, costruisce un progetto di sovranità alimentare che dal villaggio arriva fino alle economie degli stati vicini. Attraverso la coltivazione della manioca, la sua trasformazione e la commercializzazione di gari.

 

Di Valerio Bini

 

Tikou, piccolo centro rurale nel dipartimento dell’Atacora, nel Benin settentrionale, viene investito da una crisi economica senza precedenti. Storicamente legato alla produzione del cotone, l’"oro bianco”, il piccolo comune ha visto nel giro di pochi mesi ridursi drasticamente il reddito delle famiglie, e parallelamente entrare in crisi i servizi, come il locale Centro di promozione rurale, dove venivano formati i giovani agricoltori.

 

Ma il villaggio non è rimasto a guardare: ha reagito ripensando le sue strategie di sviluppo, spingendo meno sulle dinamiche del commercio internazionale e più sulle risorse disponibili in loco. A questo punto è entrata in gioco Mani Tese, con un progetto di sostegno alle cooperative di donne nella produzione e nella commercializzazione di gari, una sorta di cous cous di manioca consumato in questa parte dell’Africa occidentale. La manioca trasformata in gari, infatti, si può conservare a lungo, costituendo una riserva alimentare fondamentale in periodi di crisi.

 

Partito nel 2008, il progetto di Mani Tese coinvolge oggi l’intera regione dell’Atacora, attraverso 10 cooperative in 30 villaggi, tra cui quello di Tikou. La produzione si è avviata nel 2009, mentre quest’anno si comincia a lavorare alla trasformazione del prodotto.

 

Il progetto Mani Tese


La prima azione, in qualche modo preliminare, realizzata da Mani Tese è stata quella di rafforzare la coesione dei gruppi e consolidare le competenze di base. Una sorta di attività di formazione e animazione volta a consolidare le strutture esistenti e, se possibile, a creare coordinamenti che coinvolgano diverse cooperative.

 

In seguito sono passati alla produzione, con una parte di formazione rivolta alle donne per migliorare quantitativamente e qualitativamente la coltivazione, e dall’altra un sostegno più concreto, attraverso la diffusione di specie di manioca a ciclo corto e la fornitura di attrezzi utili.

 

E’ seguita la fase di sostegno alla trasformazione, attraverso la fornitura, ad esempio, di tritatrici e presse per estrarre l’acqua. Ma il sostegno alla trasformazione si fonda anche sulla costruzione di piccoli edifici in grado di ospitare i gruppi di donne durante la trasformazione e agevolare lo stoccaggio dei prodotti trasformati.

 

Ultimo settore su cui si è impegnato il progetto è la commercializzazione. Con il sostegno della Cooperative communautaire d’intermediation financière (Ccif), realtà locale affermata sul territorio, è stato garantito il credito necessario a sviluppare le diverse attività e in particolare quelle di commercializzazione. Una componente trasversale fondamentale per tutto il progetto è infatti il microcredito al quale possono accedere le componenti dei gruppi di donne, soggetti di norma esclusi dal circuito bancario tradizionale perché non in grado di offrire sufficienti garanzie economiche.

 

Promuovere la sovranità alimentare


Quello promosso da Mani Tese non è solo un progetto locale, ma anche un esempio di come si possa rovesciare l’assunto che troppo spesso viene imposto ai contadini africani: che il loro benessere può dipendere solo ed esclusivamente dall’esterno, dalla capacità di essere competitivi sul mercato internazionale. Basta partire dalla consapevolezza che le caratteristiche specifiche del territorio possono non essere solo un vincolo da superare, ma un valore dal quale ripartire per una costruzione condivisa del territorio. Elementi locali di natura socio-culturale (le reti sociali e le tradizioni alimentari), ambientale (l’ecosistema e le risorse naturali), economica (il commercio locale) e finanziaria (il microcredito), concorrono oggi a costruire le strategie di sviluppo di questi territori. Senza dimenticare, ovviamente, il commercio con l’estero. Perché il gari prodotto e venduto nei piccoli mercati di villaggio, può essere commercializzato anche nei mercati regionali, dove convergono commercianti stranieri, ad esempio dal vicino Niger. Ma perché tutto questo possa avverarsi, occorrono opportune politiche agricole e commerciali a scala nazionale e macroregionale: grazie al ruolo fondamentale dei movimenti contadini africani, ad esempio, alcuni governi e alcune istituzioni sovranazionali africane stanno iniziando ad elaborare politiche a sostegno dell’agricoltura famigliare e dei mercati agro-alimentari locali.

 

La sovranità alimentare in Africa oggi si costruisce così, dall’interazione di piccoli progetti di sviluppo agricolo con le rivendicazioni dei movimenti contadini, dall’unione di pratiche locali e di azioni politiche sovralocali che permettano a queste “buone pratiche” di diventare strategie di sviluppo diffuse e consolidate nel tempo.