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biologico-a-monteluceSempre più consapevoli. Secondo un’indagine del Censis crescono gli italiani che selezionano il cibo valutando l'impatto sulla salute, i legami sociali e l'ambiente. A dispetto della crisi nel 2009 il bio è cresciuto del 6,9%, così come i farmer markets, la filiera corta e il commercio equo. E si moltiplicano le alleanze tra produttori e consumatori

 

di Giulio Sensi

 

 

Un popolo di santi, poeti e navigatori. Ma anche di “mangiatori” e possiamo aggiungere “sempre più consapevoli”. Il rapporto degli italiani con il cibo è sempre più all’insegna dell’attenzione alla sua provenienza e qualità. Lo ha dimostrato anche una recente indagine del Censis, rilevando una tendenza verso un'alimentazione accorta nei confronti sia del gusto e della qualità come pure del portafoglio.

 

In virtuosa crescita sono coloro che scelgono un consumo responsabile: selezionano il contenuto dei prodotti valutando l'impatto che questi hanno sulla vita delle persone, sui legami sociali e sull'ambiente. La ricerca del Censis dimostra che gli italiani “ripongono una cura crescente all'aspetto del rapporto tra cibo e territorio e guardano con sospetto all'industrializzazione spinta ed incontrollata dell'agroalimentare”. Le forme di organizzazione e resistenza ai modelli “consumisti” imperanti che si sono sviluppate negli ultimi anni sono svariate e mostrano, almeno in questo campo, una capacità tutta italiana di innovare e trovare soluzioni originali. Si pensi ai Gruppi di acquisto solidale (Gas), la formula di organizzazione collettiva che salta i passaggi della filiera per rivolgersi direttamente ai produttori ritenuti “responsabili e affidabili”, al proliferare degli acquisti biologici e nei “farmer markets”, i mercati contadini, ai punti vendita a filiera corta, a chilometro zero e del commercio equo e solidale che sembrano essere anche più forti e resistere alla crisi dei consumi “tradizionali”. L’attenzione a privilegiare prodotti del proprio territorio è in crescita: nel nordest dichiara di farlo il 93% degli intervistati, nel sud e nelle isole il 78,8%. E molti altri aspetti entrano in gioco al momento della scelta: per il 71,5% il rispetto dell’ambiente, per il 60,3 le speculazioni sulle materie prime e per il 54,3% il rispetto dei diritti dei lavoratori.

 

Un’indagine della Coldiretti ha stimato in 3 miliardi di euro i consumi degli italiani in prodotti a chilometri zero grazie ad una rete di oltre 63mila imprese agricole, 18 mila agriturismi, 500 mercati degli agricoltori, 200 distributori di latte fresco oltre a decine di ristoranti, mense, osterie, botteghe, consorzi agrari, cooperative, agriasili, vinerie, pescherie, pizzerie e gelaterie dove si servono prodotti locali e di stagione. La Coldiretti sostiene che, “oltre a garantire un risparmio medio del 30 per cento nel prezzo di acquisto a parità di qualità, i prodotti alimentari freschi come la frutta e verdura a chilometri zero, acquistati al mercato degli agricoltori o direttamente nelle azienda agricole, durano fino a una settimana in più rispetto a quelli dei canali di vendita tradizionali perché provengono direttamente dalle aziende limitrofe, non devono subire intermediazioni commerciali, conservazioni intermedie in magazzino e lunghi trasporti che compromettono la freschezza degli altri prodotti prima di arrivare sul banco di vendita”.

 

Il capitale delle relazioni


Una consapevolezza che va nella direzione di costruire e diffondere l’idea della sovranità alimentare la quale si sta faticosamente facendo strada anche in Italia. Le esperienze che si stanno rafforzando e costruendo sono molte. Ne ha parlato anche il “popolo dei Gas” durante il raduno nazionale svoltosi a giugno a Osnago (Lecco) con un tavolo di lavoro specificatamente dedicato al tema “sovranità alimentare e nuova agricoltura”. Un dibattito intenso, arricchito da storie e suggestioni fornite da chi già da molti anni è tornato a coltivare la terra assumendo una coscienza “globale” del valore dell’agricoltura per preservare migliorare il pianeta e il proprio ambiente. Centrale è il rapporto, in maniera molto adeguata chiamato “alleanza”, fra produttori e consumatori, fra coltivatori e cittadini, mentre forti sono i limiti e gli strumenti delle istituzioni locali e delle politiche pubbliche a sostenere modelli alternativi di agricoltura e di consumo.

Quello italiano è un vero e proprio laboratorio di alternative che un’iniziativa editoriale portata avanti da Altreconomia ha cercato di raccogliere in un libro intitolato “Il capitale delle relazioni” curato dal Tavolo per la Rete italiana di economia solidale. Molte le storie, non solo di agricoltura, raccolte e raccontate in prima persona dai protagonisti che dimostrano che modelli di economia di un certo tipo non sono solo possibili, ma creano soddisfazione e benessere in chi ha compiuto la scelta, sicuramente non facile, di tornare, come nel caso dell’agricoltura, alla terra.

 

Esperienze pioniere


Una di queste è la storia di Roberto Li Calzi, animatore siciliano del consorzio “Le galline felici. Li Calzi sceglie di vivere in campagna e costruire un ambiente sano e pulito per i suoi figli. Lo prendono in giro quando al mercato cerca di far capire che sono prodotti biologici. Non riuscirà mai a camparci. Poi arriva la certificazione, il bio si fa strada e insieme a questo anche i “furbetti” che spacciano per biologico le coltivazioni intensive o che lo erano perlomeno state fino al giorno prima. Passa qualche anno, il prezzo del cibo cala, l’offerta aumenta. Li Calzi è costretto a fare lavori precari e sottopagati per andare avanti. Fino all’incontro, una decina di anni fa, con i Gas che nel frattempo si stavano organizzando. Le arance bio cominciano ad affollare le tavole dei consumatori dello Stivale, il gruppo di Li Calzi assume un volto alle prime fiere dedicate alla sostenibilità. Il giro si allarga e sono 14 le aziende, in un’ottica non competitiva, ma cooperativa e collaborativa, che si consorziano fra Catania, Enna e Siracusa per rispondere alle richieste di tutta Italia. Il consorzio offre lavoro e affida i trasporti ad una ditta confiscata alla criminalità organizzata, poi altri progetti e sogni come quello di costruire un ponte. Non come quello sullo Stretto, ma vero e fatto di relazioni, un ponte stabile fra sud e nord. Il ponte è in costruzione e la storia continua, con una morale, o un morale, che Li Calzi riporta nella sua testimonianza: “Il morale di chi opera nell’economia solidale, questa almeno è la nostra esperienza, è straordinariamente alto: fa una bella differenza per i produttori agricoli stare ad aspettare un compratore che dovrai ringraziare per averti rubato i tuoi prodotti o sapere che una rete di consumatori consapevoli aspetta i frutti del tuo lavoro, segue l’andamento meteo perché comincia a capire, rompendo le barriere delle diffidenze, delle differenze”.

 

Imprenditorialità etica

Grande protagonista di questo “patto” con i consumatori, Li Calzi non è l’unico “pioniere” della “nuova agricoltura” entrato nel circuito dell’economia solidale. Nel sud della Lombardia nel 1978 nasce il progetto “Iris” da 9 ragazzi e ragazze con 4 obiettivi: praticare l’agricoltura biologica, creare occupazione in particolare per donne e persone svantaggiate, sviluppare un rapporto diretto con il consumatore e promuovere la cultura della proprietà collettiva. Coltivano inizialmente nei fine settimana, ma il sogno vero e proprio diventa realtà dal 1990 quando riescono ad acquistare un podere di 38 ettari in provincia di Cremona che sopravvive a difficoltà finanziarie grazie all’unione e al mutualismo fra i soci/consumatori della nuova cooperativa Iris. Iris diventa un punto di riferimento per il biologico e riesce a salvare dal fallimento e a rilanciare il pastificio dove producono la pasta bio: oggi impiega fra fabbrica e agricoltura 43 persone ed è rimasta ancorata e coerente ai principi che animano questa avventura. Anzi i principi hanno permesso di salvare e consolidare l’esperienza. L’unione fra produttori e consumatori che ha dato futuro al passato.

 

Alleanze produttori-consumatori


Uno dei nodi centrali per costruire e far crescere la sovranità alimentare è lavorare sul collegamento fra i diversi soggetti, ossia sulle filiere: l’esperienza di Spiga&Madia in Brianza dimostra che è possibile sperimentare filiere corte e partecipate in grado anche di far dialogare campagne e grandi centri urbani. L’oggetto della sperimentazione è il pane: il consumatore smette di essere un soggetto passivo e diventa co-produttore, condividendo anche il rischio imprenditoriale. I consumatori, che vivono in un raggio di 50 chilometri, il proprietario fondiario e una azienda agricola biologica firmano un patto in cui ci si impegna a pianificare i consumi nell’arco di un anno. In funzione della richiesta si procede con la semina di una porzione di terreno necessaria; vengono coperti i costi anticipati subordinati al raggiungimento delle rese attese e viene costituito un fondo di rischio e mutualità fra produttori e consumatori. Il prezzo viene costruito in maniera trasparente grazie ad un lavoro di informazione e condivisione. Un processo complicato quanto affascinante che presenta, come scrive uno degli animatori l’agronomo Giuseppe De Santis, “problemi complessi ed inediti” e nel quale “la sostenibilità è connessa in maniera sostanziale alla capacità di porre attenzione e cura alle relazioni tra i differenti attori e a modalità e luoghi in cui trovano sintesi i loro differenti interessi”. L’alleanza fra produttori e consumatori, il coraggio e la determinazione possono in maniera profonda cambiare lo sviluppo di ogni territorio e mettere un tassello in più nella costruzione della sovranità alimentare anche nel nostro paese.

 

Approfondimento: I numeri dell'agricoltura italiana

Con una superficie agricola di oltre 14 milioni di ettari, l’Italia è la quinta “potenza” agricola per dimensioni di terra coltivata in Europa dopo Francia, Spagna, Germania e Regno Unito. Ma è prima per numero di aziende agricole, quasi due milioni e mezzo, caratterizzate da una grandezza più limitata rispetto alla media degli altri paesi menzionati: 5,9 ettari di estensione media a fronte dei 67 del Regno Unito e 35 della Francia. Pur se caratterizzata da una polverizzazione di realtà produttive, l’agricoltura italiana è una delle principali a livello europeo, producendo il 13,2% del valore della produzione finale e seguendo solo la Francia eppure rappresenta solo il 2% del valore aggiunto dell’economia italiana. Gli occupati in agricoltura oggi ammontano a un milione, appena il 4% del totale.

 

L’Italia è caratterizzata da una forte specializzazione delle produzioni per territorio: gli allevamenti bovini, suini e avicunicoli sono localizzati maggiormente in Pianura Padana, mentre quelli ovo-caprini al sud e nelle isole. Le colture arboree sono rilevanti (viti, olivi, frutta e agrumi) e la loro specializzazione si concentra in tutto il territorio con diverse specificità, così come i cereali, il grano duro e gli ortaggi. A differenziare l’Italia dagli altri paesi europei sono proprio le produzioni ortofrutticole (che raggiungono insieme ai cereali una valore di 7 miliardi di euro) e il florovivaismo molto diffuso in alcuni territori.