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agricoltoreLe terre si concentrano sempre più nelle mani di grandi aziende per produrre pochi prodotti per l’esportazione mentre la cementificazione avanza a ritmo di 244.000 ettari l’anno. L’Italia si trova a fare conti con una “perdita di sovranità alimentare” senza precedenti nella storia. E nel momento in cui diventerà anti economico far viaggiare le merci, per l’esaurimento del petrolio, potrebbe rivelarsi un vero problema l’approvvigionamento di cibo dei cittadini.

 

di Maurizio Dematteis

 

Torino, giugno di quest’anno. Una signora apre una confezione di mozzarella comprata in un supermercato e si trova di fronte ad uno spettacolo sconfortante: il formaggio ha un colore blu intenso. Filma il formaggio col cellulare e denuncia l’accaduto ai Carabinieri dei Nas. Vengono immediatamente sequestrati 70 mila esemplari del prodotto in vendita presso una importante piattaforma della grande distribuzione. Erano destinate a numerosi discount di tutto il Nord Italia, ma a causa di un batterio presente nell’acqua utilizzata per la lavorazione hanno assunto l’improbabile colore.

 

Le mozzarelle “puffo”, così soprannominate, provenivano da uno stabilimento industriale tedesco, presso il quale era stato commissionato dalla società italiana che lo commercializza, e molto probabilmente realizzate con latte importato in Germania da chissà quale altro paese extraeuropeo.

 

Il caso ha tenuto la prima pagina dei giornali per giorni, suscitando l’indignazione di consumatori e addetti ai lavori non tanto per l’anomalia cromatica, quanto per l’incredibile “genesi” del formaggio. La mozzarella puffo ha svelato il segreto di pulcinella di una produzione alimentare ormai globalizzata, che passa per una filiera sempre più stravolta dalle leggi di mercato: un formaggio italiano tipicamente mediterraneo viene prodotto in un paese del nord Europa con latte importato da una altro stato terzo. Nulla di strano, dal momento che la Coldiretti sottolinea come "la metà delle mozzarelle in vendita in Italia siano fatte con latte straniero o addirittura con cagliate industriali (semilavorati) provenienti dall'estero”.

 

Brescia, pochi mesi prima. Un allevatore sconsolato racconta: «Questa mattina le mie vacche sono state caricate sui camion e sono andate in una stalla di Mairano. Vive. Sono frutto di 20 anni di selezione. La quota latte l’ho venduta ad un altro allevatore. Ero pronto a raddoppiare la stalla, invece rinuncio». Non si trattava di una piccola stalla che si accorge di essere fuori mercato, ma di un’azienda di tutto rispetto. 120 capi e la volontà di fare nuovi investimenti per un miliardo di vecchie lire. «Ero pronto a raddoppiare la stalla investendo in quote latte e strutture. Mi hanno convinto a mollare tutto. Non si può alzarsi la mattina prima dell’alba e chiedersi se mungere abbia ancora un senso». Con un calo dei prezzi del latte arrivato a poco più di 30 centesimi al litro al produttore, a fronte della vendita a quasi un euro e cinquanta nei supermercati. «Ho cominciato nell’82 con cinque manze per passione», conclude l’allevatore. Passione che si è trasmessa al secondogenito, studente presso l’Istituto tecnico agrario statale Giusepe Pastori di Brescia. Ma che ora molto probabilmente dovrà “reinventarsi” un mestiere.

 

Perdita di made in Italy


«Si tratta di un meccanismo perverso nato all’indomani dell’Uruguay round – spiega Gianni Tamino, docente di biologia presso l’Università di Padova, specialista in valutazione di impatti ambientali della produzione agricola. Cioè l’idea di globalizzare l’import-export di materie prime agricole senza lasciare più nessun controllo a livello nazionale. Un meccanismo fortemente incentivato dalle politiche comunitarie dell’Unione Europea». L’Uruguay round, definito “il negoziato commerciale più vasto mai stato intrapreso nella storia”, ha visto per un periodo di quasi otto anni oltre 100 paesi impegnarsi nella creazione di un sistema commerciale internazionale, impegno poi confluito nella nascita del World Trade Organization, l’attuale amato-odiato Wto, ente internazionale operante nel campo della regolamentazione degli scambi commerciali attraverso contratti sottoscritti dai maggiori paesi mondiali. «E’ un processo molto pericoloso – continua il biologo – perché la capacità di alimentazione dell’Italia è ormai legata ad altri paesi. Tanto per l’allevamento come per l’agricoltura».

 

Primavera 2010, Asciano, Toscana. Una folla di contadini auto organizzata si riunisce per discutere dei problemi nel loro settore creati dalla crisi economica. Sono moltissimi, arrabbiati, in cerca di risposte, ma determinati a sopravvivere. «Al momento è difficile persino pagare le spese, figuriamoci guadagnare – sostengono gli agricoltori –. E il dramma è che non solo la nostra catena alimentare è in grave pericolo, ma anche il paesaggio toscano così amato e fotografato. Se tante aziende chiuderanno, come temiamo, se al prossimo anno agrario saremo costretti ad abbandonare le campagne, ne va di mezzo l’ambiente, il suolo, l’aspetto della nostra regione. E al momento non si tratta di un’ipotesi improbabile, anzi. Perchè la nostra agricoltura è sull’orlo del baratro, e, dal crollo dei prezzi delle materie prime all’aumento di quello dei carburanti, dall’arrivo del grano dai paesi stranieri all’eccessiva burocrazia, tutto cospira verso un grosso crollo. E il problema è che molti non sembrano rendersene conto». Sono cerelicoltori, allevatori, olivicoltori, proprietari di aziende piccole o medie, tutte a rischio a causa delle dinamiche che si stanno creando da tempo nel settore. In Italia si espandono i grossi per sopravvivere, con una produzione concentrata in poche zone del paese e mirata soprattutto all’export, e chiudono i piccoli strangolati dai debiti.

 

Il grano, solo per fare un esempio, due anni fa veniva venduto a 24 euro al quintale, mentre oggi si aggira intorno ai 13; negli stessi mesi la pasta è aumentata del 50%.

 

Ed eccoci al concetto di perdita di sovranità alimentare italiana. Un termine nato per descrivere il processo in atto nei paesi in via di sviluppo, dove le multinazionali impongono la coltivazione di prodotti da esportare in altri paesi, con progressiva perdita di capacità di far fronte al mercato interno e perdita di know out, grazie agli accordi internazionali si sta verificando anche nel nostro paese. «Da anni ormai è in atto nel nostro paese un processo di trasformazione della produzione agricola finalizzata alla sola esportazione di alcune materie prime – continua Gianni Tamino -, incentivato anche da politiche di sostegno Ue sbagliate». Praticamente, spiega il professore, l’Italia non ha più nessuna possibilità di controllare o pianificare la produzione di cibo a fini nazionali, ma grazie alle sovvenzioni dell’Unione europea i contadini sono spinti a coltivare alcuni prodotti in eccedenza per l’esportazione, mentre altri scompaiono, e i consumatori devono comprare quelli provenienti da altri paesi. «In Italia è in atto una pericolosa trasformazione culturale e strutturale – concorda Antonio Onorati, presidente dell’ong Crocevia -. L’agricoltura ha ormai uno schema industriale, e la maggior parte degli alimenti vengono realizzati dalla lavorazione di materie prime gobali. Prendiamo ad esempio i pomodori Pachino, tipici della Sicilia: oggi i semi sono quasi tutti realizzati in laboratorio da società israeliane e olandesi, per avere una resa migliore. Dal punto di vista strutturale poi, perdiamo aziende medio piccole e, con loro, potenziale produttivo. La varietà di prodotti è sempre più limitata e concentrata in una parte del paese. Come gli allevamenti intensivi di maiali in Lombardia.

 

Lentamente il nostro paese sta prendendo la strada del declino. E se non si agisce subito finiremo come gli Stati Uniti, con un’agricoltura poderosa che esporta nel mondo e la sua popolazione abituata mangiare “monnezza” ». Si legge sulla pubblicazione di Crocevia intitolata “Italia. Un’agricoltura senza agricoltori!” e curata dallo stesso Antonio Onorati: “Significativo è l’accresciuto processo di concentrazione degli allevamenti in pochissime regioni che è riassunto così: per i bovini e bufalini, il 67,1% dei capi sono concentrati nel Nord; la Lombardia detiene un quarto dei capi nazionali di queste specie seguita dal Veneto (13,9%) e dal Piemonte (12,7%). Il Nord si conferma inoltre la ripartizione territoriale maggiormente dedita all’allevamento dei suini (85,9% dei capi nazionali); oltre i due terzi dei capi totali sono allevati in tre sole regioni, la Lombardia (47,1%), l’Emilia Romagna (15,3%) ed il Piemonte (11,5%). Il 79,8% dei capi avicoli è allevato nel Nord con punte del 27,2% in Veneto, del 22,5% in Lombardia e del 21,4% in Emilia-Romagna”, in barba di tutte le misure relative al benessere animale, all’inquinamento ed al risparmio energetico, testimoniando ancora una volta che – con anni di ritardo rispetto alle stesse esperienze fatte in Francia - , la cosiddetta “agricoltura moderna” italiana sta costruendo la sua distruzione in termini di sostenibilità economica: vuole vincere la competitività attraverso il taglio dei costi di produzione ottenuto con la totale dipendenza dell’azienda da fattori esterni a monte ed a valle”.

 

Un sistema senza futuro


Ma c’è un altro spettro che si aggira sull’agricoltura italiana: quello della cementificazione. «Se diventa più conveniente la speculazione edilizia sui terreni della coltivazione – spiega ancora il professor Gianni Tamino – c’è il forte rischio di assistere ad una diminuzione della superficie agricola del nostro paese. E con i comuni a corto di soldi, la tendenza è proprio quella di aumentare le superfici da costruire per fare cassa». Lo conferma l’Osservatorio nazionale sui consumi del suolo: in Lombardia tra il 1999 e il 2005 sono spariti 26.700 ettari di terreni agricoli, come se in sei anni fossero emerse dal nulla cinque città come Brescia. Ogni giorno il cemento e l’asfalto cancellano più di 10 ettari di campagne in Lombardia (100.000 metri quadrati) e altri 8 in Emilia. Secondo i dati Istat, elaborati dal Wwf, in Italia tra il 1990 e il 2005 sono stati divorati dal cemento dall’asfalto 3,5 milioni di ettari, cioè una regione grande più del Lazio e dell’Abruzzo messe insieme. Il tutto a un ritmo di 244.000 ettari l’anno.

«Se le politiche pubbliche restano le stesse – aggiunge Antonio Onorati – col l’Ue che continua a favorire l’agro industria, in Italia produrremo sempre meno materie prime per il mercato interno, la popolazione rurale abbandonerà nuovamente le campagne per andare in città e comincerà un lento degrado ambientale, con costi crescenti di gestione degli ecosistemi».

 

Un futuro preoccupante? Certo. Ma forse non tutto è perduto, perché da quello che si evince dai ragionamenti dei due specialisti, se rimane il rischio che “la crisi dell’agricoltura italiana ci sommergerà”, è anche possibile che la stessa crisi “ci salverà”. «I prossimi anni saranno decisivi – dice Gianni Tamino – perché il petrolio non ci sarà più», e le merci non potranno più viaggiare da un capo all’altro del mondo senza sensibili rincari. «E’ arrivato il momento di superare la grande distribuzione e produzione controllate dai grossi gruppi finanziari, promuovendo la filiera corta. Altrimenti, si è visto bene nel corso dell’ultima crisi petrolifera, quando il barile è salito a quota 150 dollari, i prodotti alimentari sono schizzati alle stelle». Se l’Italia continua quindi a perdere sovranità alimentare in un futuro prossimo potrebbe trovarsi in seria difficoltà per gli approvvigionamenti alimentari. «L’unica strada percorribile è il ritorno alle aziende agricole medio-piccole – conclude Antonio Onorati –. La filiera corta, una sorta di agricoltura della resistenza, sta mettendo in crisi il modello di quella industriale. Lo dicono i numeri. Non è più un modello per elite abbienti, perché i gas nascono anche in quartieri popolari, né di nicchia, perché è un fenomeno che ormai si sta affermando anche in termini quantitativi. Ormai cresce la coscienza che il cibo non è una merce, chi sta in campagna non vuole andarsene perché ama il proprio lavoro e la gente comincia a ribellarsi ad un mercato imposto dall’alto».