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Aumentano le tensioni nel Nord Kivu, al confine tra Congo e Rwanda. La zona, ricca di petrolio, diamanti e coltan, è depredata illegalmente da potenti interessi e varie milizie ribelli - come il neo-nato M23 - che hanno causato sino ad ora due milioni di sfollati. Una testimonianza dai campi profughi della regione dei Grandi laghi.

 

di Sara Garnero


 

 

L’Onu contro il Rwanda 

A margine del 19° vertice dell’Unione africana, iniziato il 9 luglio ad Addis Abeba, i paesi della regione dei grandi laghi si sono impegnati congiuntamente nella creazione di una forza internazionale neutrale per sradicare le ribellioni nel Nord Kivu, nell’est della Repubblica democratica del Congo, con il contributo dell’Unione africana e dell’Onu.

 

Dall’aprile del 2012 infatti in questa zona, confinante con Rwanda, Uganda e Burundi, covo di vari gruppi di ribelli, si è registrata una escalation di violenze, dovute alla formazione di una nuova guerriglia, il Movimento del 23 marzo detto M23. I rapporti tra Congo e Rwanda hanno raggiunto momenti di particolare tensione il 21 giugno scorso, quando l’Onu ha approvato  e in seguito pubblicato un rapporto, stilato da un gruppo indipendente di esperti, contenente una addendum in cui il governo di Kigali è accusato di appoggiare il M23. In particolare quest’ultimo (che ha prontamente smentito) è incriminato di supportare con armi e finanziamenti i gruppi armati e i disertori delle Fardc (Forze armate congolesi) che operano nel Congo orientale, incluso il recente M23, violando l’embargo della comunità internazionale. Avrebbe inoltre reclutato giovani rwandesi ed ex combattenti e rifugiati congolesi per conto della guerriglia, facendo pressioni su leader finanziari e politici congolesi a beneficio dei ribelli.

 

Gli scontri tra le Forze armate congolesi (Fardc) e il M23, costituitosi ufficialmente il 6 maggio da un gruppo di militari disertori, sono concentrate nel territorio di Rutshuru, a nord di Goma, nei pressi del confine con il Rwanda e l'Uganda.

 

 

Il silenzio internazionale 

Danilo Giannese, giornalista, si trova da un anno in Burundi, all’interno di un team del Jrs (Jesuit refugee service) che opera a sostegno degli sfollati costretti a migrazioni forzate dai conflitti e dalle violenze che insanguinano la regione. Monitora e segue la situazione in vari campi profughi in Rwanda e nell’est Congo, seguendo progetti di educazione e formazione per bambini e donne e offrendo protezione e assistenza ai più vulnerabili. Ci parla della straziante situazione della regione, che «è perennemente nel caos, dal genocidio del Rwanda del 1994, alle due guerre del Congo successive, terminate nel 2003 solo formalmente. In questa zona, ricca di petrolio, diamanti e soprattutto coltan, oltre a molti gruppi ribelli locali, imperversano forze straniere provenienti dal Rwanda, che fanno man bassa aiutate da uno Stato assente».

 

Danilo ci spiega che «nel 2008 è scoppiata una “nuova” guerra nel Nord Kivu, capeggiata da Laurent Nkunda, appartenente alla milizia ruandese tutsi, con il sostegno del Cndp, il Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo congolese. Nel 2009 il suo arresto dà ufficialmente fine alla guerra e le sue milizie vengono regolarizzate nell’esercito congolese. Si creano così in Kivu due catene di comando parallele nell’esercito».

 

Il leader del movimento ribelle Cndp Bosco Ntaganda, di cui il M23 è diretta emanazione, è ricercato dal 2006 dalla corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità, imputato insieme a Thomas Lubanga, condannato questo inizio luglio dall’Aja a 14 anni di carcere. Il Movimento 23 ufficialmente vuole rinforzare l’accordo di pace firmato con il governo il 23 marzo 2009 ma, più probabilmente, il suo vero obiettivo è fare pressioni sul governo congolese e perpetuare la situazione di caos e violenza, per poter continuare lo sfruttamento illegale delle risorse minerarie, che è «la principale causa della guerra nell’est congolese», come sostiene Misna.

 

Danilo, sulla costituzione del M23,  ci racconta che «accusare il Rwanda come l’Onu ha fatto è una assoluta novità a livello internazionale», silenzio ingiustificato, se si pensa alle varie agenzie dell’Onu e ong presenti sul territorio da decenni.

  

La voce degli sfollati

Danilo riporta che «ogni giorno ci sono sfollamenti forzati di persone. Sono presenti nel Congo orientale diversi campi profughi “ufficiali”, cioè riconosciuti dalle Nazioni Unite, da cui ricevono aiuti, e ormai molti de facto. Queste persone, quando incappano nella furia delle milizie, fuggono dai loro villaggi, dove di solito hanno un piccolo appezzamento di terra necessario al sostentamento. Trovano rifugio nei campi, dove l’accesso al cibo è difficile, spesso completamente dipendente dagli aiuti umanitari. Le condizioni sanitarie sono precarie, gli accampamenti sono focolai di epidemie quali il colera, ormai diffuso. I bambini sono costretti a interrompere la scuola, le donne cadono facilmente vittime di stupro, utilizzato come una vera e propria arma di guerra».

 

Da fine aprile, cioè dalla costituzione del M23, sono oltre 200 mila gli sfollati nell’est Congo, ma i numeri sono destinati a salire. Secondo l’agenzia Irin dell’Onu, per la prima volta dal 2009 gli sfollati interni nella regione hanno superato i 2 milioni.

 

Anche nei paesi vicini la situazione è critica: l’Uganda ospita 16 mila rifugiati congolesi, il Rwanda 55 mila in tre campi ormai sovrappopolati. Liz Ahua, direttore aggiunto dell’Unhcr Africa, ha dichiarato che «bisognerà trovare nuovi siti se altri rifugiati continueranno ad arrivare ogni giorno». Intanto, da recenti fonti Misna, i senatori del sud Kivu hanno chiesto al parlamento di Kinshasa la costruzione di un muro al confine con il Rwanda, dove transitano i gruppi di ribelli e i loro rifornimenti.

La soluzione al conflitto sembra ancora lontana.

 

Credits photo: AFP


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